Marta Cuscunà
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Marta Cuscunà, per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano, che dal 2022 la annovera tra gli “artisti associati”, presenta una ‘personale’, modulata in tre titoli, ognuno in scena per due giorni, al Teatro Grassi dal 15 al 20 febbraio.

È bello vivere liberi! (Premio Scenario per Ustica 2009) è ispirato alla biografia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, deportata ad Auschwitz, e segna la prima tappa di un percorso che ha come filo conduttore il tema delle Resistenze femminili.

Si ispira alla biografia di Ondina Peteani scritta dalla storica Anna Di Gianantonio, (Edizioni IRSML FVG 2007). Ondina, che a soli 17 anni, si scopre incapace di restare a guardare l’oppressione del fascismo e sceglie di agire, cosciente e determinata, per cambiare il proprio Paese. Il suo percorso inizia con le riunioni clandestine della scuola di comunismo di Alma Vivoda, dove fioriscono i valori di emancipazione femminile e di parità tra uomo e donna. A 18 anni diventa staffetta partigiana, partecipando anche alla formazione della Brigata Proletaria e alla battaglia di Gorizia. La sua vicenda è stravolta bruscamente quando, a 19 anni, viene sprofondata nell’incubo della deportazione nazifascista come prigioniera politica.

La semplicità ingannata vuole dare voce alle testimonianze di donne che, nel Cinquecento, lottarono contro le convenzioni sociali, rivendicando libertà di pensiero e di critica nei confronti dei dogmi della cultura maschile. Parla del destino collettivo di generazioni di donne e della possibilità di farsi “coro” per cambiarlo. Arcangela Tarabotti e le Clarisse del Santa Chiara di Udine attuarono una forma di resistenza davvero unica nel suo genere. Queste donne trasformarono il convento in uno spazio di libertà di pensiero e contestazione dei dogmi religiosi e della cultura maschile con un fervore culturale impensabile per l’universo femminile dell’epoca. L’Inquisizione cercò con forza di ristabilire un ferreo controllo sulle Clarisse di Udine, ma le monache riuscirono a resistere per anni facendosi beffe del potere maschile e creando una sorprendente micro-società tutta al femminile, in un tempo in cui le donne erano escluse da ogni aspetto politico ed economico della vita.

La semplicità ingannata non è un documentario ma un progetto artistico dove il teatro è anche la possibilità di considerare il dato storico come un punto di partenza per un racconto che abbia come soggetto la società contemporanea. Questo approccio implica l’elaborazione di una storia non da una prospettiva documentaristica ma attraverso una visione artistica e posizionata, disposta anche a varcare i confini del conosciuto, del filologico e del politicamente corretto.

Il canto della caduta è costruito intorno a un antico racconto epico della tradizione popolare dei Ladini, minoranza etnica che vive nelle valli centrali delle Dolomiti: il mito di Fanes che racconta di un’età̀ dell’oro in cui gli esseri umani avevano un rapporto di alleanza con la Natura. In questo “tempo più antico del tempo” la guida del popolo era compito femminile. Poi arrivò un re straniero e fu l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada.

Si ispira all’antico mito di Fanes e racconta di un’età dell’oro in cui gli esseri umani avevano un rapporto di alleanza con la Natura che permetteva loro di vivere in pace e abbondanza. Il canto della caduta parla di un “tempo più antico del tempo” e di un regno pacifico in cui la guida del popolo era compito femminile. Poi arrivò un re straniero e fu l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. Il Regno perduto di Fanes è il canto nero della caduta dell’Umanità nell’orrore della guerra. La scena iniziale è la scena della fine: un campo di battaglia. La guerra non si vede mai sulla scena. Eppure c’è, restituita al pubblico dal punto di vista degli unici personaggi che ne traggono sempre vantaggio: i corvi. I corvi prendono le parti del coro, descrivono la battaglia, indugiano con meraviglia sul lato ostinato degli uomini nel darsi morte fino al culmine della carneficina. Non esiste popolo che non abbia un suo patrimonio peculiare di racconti mitici che narrano le origini dell’universo, degli dei, dell’ordine sociale e offrono immagini a paure e domande ancestrali: la guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? Cosa ci spinge perennemente alla guerra invece che alla pace? Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’uno con l’altro?

Presentazione

www.piccoloteatro.org/it/

www.ildogville.it

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