Rivolutionary Road
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Revolutionary Road. MTM Teatro Litta dal 13 al 29 gennaio 2022, debutto Nazionale di Revolutionary Road da Revolutionary Road di Richard Yates, di Renato Gabrielli, con Rossella Rapisarda, Stefano Annoni, Daniele Gaggianesi, regia e disegno luci Fabrizio Visconti.

Lei e Lui. Belli, intelligenti, piuttosto colti, innamorati. Una casa “carina” e accogliente. Un lavoro noioso ma sicuro per Lui. Blandi impegni domestici per Lei, che ha tempo per coltivare come hobby la sua antica passione d’attrice. Ma Lei e Lui vogliono, o almeno sognano, altro. Si ritengono entrambi superiori all’ambiente mediocre e piccolo borghese che li circonda e imprigiona; e questo senso di superiorità, chissà quanto fondato, li tiene uniti e segretamente complici. Finché…

Revolutionary road esplora, alternando i punti di vista di LEI, LUI e NOI, gli umanissimi slanci, meschinità, successi illusori e prevedibili disfatte di personaggi che ambiscono a essere felici, ma rimangono invischiati nelle menzogne che raccontano a se stessi e agli altri pur di tirare avanti. Lo spettacolo nasce dall’omonimo romanzo americano Revolutionary Road di Richard Yates, edito nel 1961 e capace di segnare la letteratura contemporanea al punto da far dire a Tennessee Williams: “Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa”.

Note di Regia

Revolutionary Road è uno spettacolo che del romanzo originale focalizza principalmente 3 elementi:

– il conflitto tra IO personale e IO sociale, che non coincidono in alcun modo a causa delle richieste di una Società omologante, che induce ad una sempre più marcata spersonalizzazione via via percepita dall’individuo non come costrizione e violenza, bensì come modello e ideale. Si segna progressivamente una schizofrenia tra quello che l’individuo percepisce interiormente come sano e personale e quello che, al contrario, è indotto a seguire e valutare come positivo, perché rispondente alle richieste sociali che promettono successo e approvazione.

– la dinamica di mistificazione che ognuno di noi applica con sé stesso, giustificandosi in modo da non dover ammettere i propri limiti e la propria resa alle richieste sociali. 

– la distruzione della coppia deprivata, in queste condizioni, della sua identità e specificità e le sue ricadute sui singoli individui. La coppia diventa, da luogo di sicurezza e di conforto, ambiente tossico, in cui si consumano conflitti sempre più violenti, via via che uno o l’altro dei componenti si piega al programma sociale, perdendo i contorni della propria identità.

É impressionante pensare che questo genere di riflessioni venivano proposte da Yates al sorgere dell’era del computer come oggetto di massa. 

Se avesse visto quello che accade oggi con la pandemia dei Social, in cui ognuno di noi costruisce per il mondo anche più di una identità fittizia, avrebbe probabilmente usato toni ancora più crudeli. 

Ma poco importa, la capacità di analisi spietata dell’autore ha reso il suo romanzo immortale, facendone una denuncia applicabile probabilmente ad ogni epoca della storia. Il dramma reale è che sembra che la storia ci racconti una progressiva deflagrazione di questa dinamica malata.

I toni che la drammaturgia e la messinscena utilizzano per parlarne sono, tuttavia, spesso ironici nei confronti di questo meccanismo, preferendo denunciarlo con un sorriso che è, in realtà, di partecipazione e compassione nei confronti dei personaggi.

Non c’è una condanna dei singoli, c’è, piuttosto, un’affezione sempre più marcata, con la quale si vorrebbe accompagnare i Nostri ad un lieto fine che però manca, non essendo sostenuto da un loro riscatto individuale, da alcuna reazione concreta. Loro stessi, dopo essersi accaniti uno contro l’altra, finiscono con il perdonarsi, in quanto esseri deboli e sopraffatti.

Il ghigno della società che vince l’individuo è veicolato dalla figura del narratore, terzo personaggio tra i due, e vero mediatore della vicenda con il pubblico.

Dal punto di vista visivo e dell’ambientazione, la costruzione riconduce al mondo degli anni ’50 americani, così come verrà poi ritratto da Hopper. Come se l’impennata della curva di questo male partisse da lì. Dal punto di vista della luce abbiamo ulteriormente forzato la mano su questo elemento, lavorando nella direzione di costruire una serie di quadri iperrealisti, in cui la luce scolpisce ed abbaglia, rendendo quelle giornate che fanno parte del racconto ancora più crude di quanto le sole parole sappiano raccontare.

Un mondo sonoro accomodante, che si rifà ai grandi classici americani del tempo, funge da contrappunto straniante rispetto a quello che accade, inducendo un’ulteriore sensazione di non sincerità alla vicenda. Fabrizio Visconti

Presentazione

www.ildogville.it

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