Demian Aprea
Reading Time: 5 minutes

Antonio Demian Aprea è un attore teatrale e cinematografico, regista teatrale e violinista. Laureato in Giurisprudenza, si diploma al CUT di Perugia, Scuola dello Stabile dell’Umbria, e si perfeziona al “Duse International” di Francesca De Sapio a Roma; studia inoltre con maestri quali Binasco, Pierpaolo Sepe, Ian Fabre, Karpov, Flazsken e Joseph Ragno.

Dal 2013 è in scena con diversi spettacoli teatrali tra cui il Venditore di attimi di Mariella Gravinese, scrive e dirige due sue produzioni tra il 2015 e il 2017, 1915 Ortigara. La legge della Sopravvivenza sulla prima guerra mondiale e Dalì. Il Surrealismo sono io biografia in cui veste i panni dell’omonimo pittore. Nel 2017 interpreta il vampiro Dracula nel riadattamento teatrale del testo di Bram Stoker per la regia di Livia Bertè nella cornice sotterranea suggestiva delle catacombe di Napoli.

Tra il 2018 e il 2019 è protagonista della Tourneè di teatro – cabaret -musica – circo con lo spettacolo Alcatraz di Alberto Gamberini e Sandy Medini, per 81 repliche, in cui interpreta il direttore malvagio del famoso carcere. Nel 2020 ripropone in una versione monologo il suo spettacolo Il ritorno di Dalì e nel 2021 si cimenta nella tourneè di Letame di Nicolas Gallo ancora in corso, incentrata sul tema della sofferenza psicologica durante la pandemia e il lockdown. Con lo stesso regista aveva partecipato anche allo spettacolo Il rumore del caos apparente nel 2019.

Cinematograficamente ricopre un piccolo ruolo di regista sgangherato nel film Maria per Roma di Karen Di Porto nel 2016, vince il Moak Film Festival nel ruolo di cavernicolo con il cortometraggio Un piacere antico di Enzo Ferraro di cui è protagonista e interpreta svariati ruoli in altrettanti corti. Tra i più significativi Il silenzio di Jill di Daniele Tullio in cui è un cow boy delinquente, Hidden Payback 2 mediometraggio di Anis Gharbi nei panni del braccio destro del boss.

E’ anche protagonista di 2 videoclip, l’eroe contro il sistema in Black Out di Daniele Barbiero per il gruppo rock La Melma e soldato nel videoclip Motionless DI Mirko Salcia.

Come violinista ha studiato con il maestro Domenico Mason e ha suonato il Concerto d’Estate con l’ Orchestra Filarmonica Superne Rote diretto da Mattia Giusti al Teatro delle Muse di Roma; suona inoltre in band folk come gli Efforia, la pizzica, e in altre band musica celtica e rock e come solista in eventi artistici.

Lucilla Continenza ha discusso con Demian Aprea di recitazione, teatro e musica.

Demian Aprea

D) Demian Aprea, il suo percorso artistico è molto poliedrico. Come nasce la passione per l’arte e cosa significa per lei essere un artista?

La mia scoperta dell’Arte risale al Liceo, quando andavo negli argini per scrivere e per leggere poesia e romanzi tra i fili d’erba seguendo il flusso delle placide acque del fiume di una campagna Hessiana. Ero in un moto di esplorazione, esplosione e ribellione verso il mondo e trovavo nell’arte una valvola fantastica di evasione ed esplorazione interiore. Il servizio militare è stato poi a contrario leva essenziale per la fuga dagli schematismi e verso il lancio nel teatro e via via in tutte le arti. Del resto nacqui per grazia di mia madre in una “casa musicale” e ciò mi rimase sempre impresso sottopelle per poi esprimersi nella ricerca del violino. Essere artista per me vuol dire avere un dialogo interiore costante con le parti più istintive ed emozionali e la necessità di esprimerle in forme creative all’esterno nei canali più risonanti e coi mezzi “artistici” che ci attraggono. In secondo luogo è voglia ed amore per la bellezza e per la verità.

D) Come si coniuga l’amore per il violino e la regia teatrale? L’arte se equivale a bellezza può essere un antidoto alla barbarie e all’impoverimento culturale?

Il violino che ho riscoperto negli ultimi due anni ha una seduzione estrema per me. Scava nel profondo dell’animo e lacera gli organi interni riempiendoli di miele e di sangue, questo lo intuivo già a diciannove anni quando decisi di cimentarmi. Il piacere cresce nel tempo e divora, tanto che ora le collaborazioni e le band sono molte ma non riesco a farne a meno. Sotto c’è anche la passione per il palco, che condivido anche nel teatro. La regia è stata una necessità intervenuta negli ultimi anni, per il bisogno di esplorare e raccontare temi e personaggi a me cari. Mi son detto basta essere sempre strumento dei gusti altrui, seppure spesso notevoli o azzeccati. Da lì ecco la prima guerra mondiale e Salvador Dalì.

Confesso di amare la regia, mi appassiona vedere come si compongono i pezzi di una storia, una creazione integrale enorme, come il quadro si riempie e si colora seguendo strati e coscienze, proprio come quando dipingo, ma in maniera più universale e completa e pure sociale direi. Non mi affaccio troppo alla regia perché è un lavoro molto impegnativo ed esclusivo per cui per lo più non resisto alla tentazione di tornare dall’altro lato… in scena come attore. L’arte e la cultura vanno a braccetto, spesso si incontrano e sono essenziali per la ricchezza interiore umana, per il gusto, insegnano a vivere più intensamente le esperienze e la vita stessa. Oggi hanno uno spazio ridotto nel linguaggio di tutti i giorni, importante tenerle vive e diffonderle per chi ha questa sensibilità.

D) Quali sono le più grandi difficoltà che un artista preparato trova ad affermarsi in questo particolare periodo storico?

Beh in questo momento storico di crisi e confusione all’Arte viene lasciato poco spazio, l’attenzione è rivolta più ad esigenze pratiche, immediate e risolutive di problemi. Tuttavia senza l’Arte l’umanità sarebbe più triste e vuota, il mondo sterile e grigio e lo stesso per le giornate di tutti. L’Arte insegna con altre parole, mostra la realtà stessa e ci fa provare grandi emozioni di cui abbiamo notevole bisogno per recuperare energia e fiducia e generare soluzioni, soprattutto in periodi così bui e stressanti. Ovviamente anche il numero di finanziamenti in un momento di così difficoltà lascia a desiderare e gli artisti spesso devono trovare il modo per arrangiarsi a veicolare la propria espressione artistica o aspettare un pubblico bloccato da infiniti limiti e restrizioni.

D) È tra i protagonisti di LE TA ME di Nicola Gallo, qual è il messaggio dello spettacolo e quali aspetti ama particolarmente del suo personaggio?

Lo spettacolo affronta il periodo di pandemia e lockdown del 2020 che ancora oggi ha grandissime risonanze nella vita quotidiana e nel lavoro. Lo fa in modo sottile senza nominarlo ma entrando in una situazione tipica di alienazione, perdita di senso e confusione, speranza, stress e rabbia. I personaggi si interrogano e si scontrano sul mondo e sulla loro vita per quello in cui è ridotta, sulla bellezza e sul buio sporco che divora l’umanità e la tenerezza dell’uomo.

Il mio personaggio, semmai io all’inizio ne abbia preso le distanze in quanto vissi in modo opposto quell’epoca, in qualche modo è universale nella sua rassegnazione e sconfitta di fronte agli eventi esterni. Mi sono affacciato a questa condizione d’impotenza, fisiologica nel percorso di ogni uomo, nella lotta impari contro un mondo che non si può controllare ma solo accettare. All’uomo poi la scelta “se ci sia una scelta o meno”. Ovviamente la liberazione è il momento che amo di più. Ma non voglio svelare troppo….

Lucilla Continenza

Demian Aprea

www.ildogville.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.