KIM KI DUK. Il Covid porta via il regista sudcoreano amato all’estero

KIM KI DUK. Il Covid porta via il regista sudcoreano amato all’estero

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KIM KI DUK, regista coreano di fama internazionale, e personaggio controverso, è morto l’11 dicembre in Lettonia, a 59 anni per complicanze legate al Coronavirus. Si trovava in Lettonia per girare le riprese di un nuovo film, una co-produzione sudcoreana-lettone.

Sulla morte regna un alone di mistero perché il regista non soffriva di patologie pregresse. Kim Ki Duk un vero talento del cinema lascia il mondo del cinema troppo presto. Era considerato tra più talentuosi del nuovo cinema sudcoreano con Bong Joon –Ho (Parasite).

Kim Ki-duk non era solo un regista di grande talento, ma sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia e personaggio che creava scalpore, soprattutto in Sud Corea dove era stato tenuto per anni a distanza dalla grande industria cinematografica, nonostante i numerosi premi vinti nei più importanti festival internazionali. Critico verso il suo paese, nei suoi film ne raccontava i vizi. Nel 2017 era stato anche coinvolto nell’inchiesta #MeToo, a causa della denuncia di violenza sessuale di un’attrice. Il caso venne archiviato per mancanza di prove e con una multa pagata dal regista. A questa denuncia ne seguirono altre tre, compromettendo la sua carriera nella Repubblica di Corea.

Nonostante la sua storia personale, Kim Ki Duk era molto amato dai cinefili per la carica forte e intimista dei suoi film. Ricordiamo L’isola presentato al Festival di Venezia nel 2000 che aveva colpito molto la giuria per la potenza narrativa fatta di simboli e intensità. Fanno seguito altri capolavori del cinema sudcoreano più a sfondo storico politico che rimandano all’occupazione statunitense in Corea del Sud (Address Unknown, The Coast Guard, Il prgioniero coreano).

Il grande successo internazionale arriva nel 2003 con Primavera, estate, autunno, inverno e ancora…primavera poesia intimista, malinconica e raffinata. Nel 2004 sorprende tutti con Ferro3, surreale e silenziosa storia d’amore che nasce dalla bellezza dell’invisibilità, dove la cultura orientale delicata e discreta diventa però energia vincente. Dopo un periodo di silenzio gira Arirang (2011) che trae spunto proprio dalla sua crisi creativa. Pietà del 2012 è Leone d’oro a Venezia. Nel 2014 arriva One on one, un atto d’accusa verso il suo paese. È ancora a Venezia nel 2016 con Il prigioniero coreano, nelle sale cinematografiche italiane nel 2018.

Di Stefano Donghi

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