ALBERTO OLIVA: “Nel passato, le ragioni di quello che siamo”

ALBERTO OLIVA: “Nel passato, le ragioni di quello che siamo”

Reading Time: 5 minutes

ALBERTO OLIVA è un affermato e poliedrico artista milanese. È regista teatrale, scrittore e giornalista. Nel corso della sua carriera ha diretto spettacoli di prosa in importanti teatri milanesi e nazionali e opere liriche e ha vinto diversi premi. Nato nel 1984, si laurea in Scienze dei Beni culturali con Paolo Bosisio alla Statala di Milano, per poi diplomarsi in regia alla Paolo Grassi. Inizialmente lavora come assistente alla regia di Andrée Ruth Shammah, Jurij Ferrini, Serena Sinigaglia, Carmelo Rifici, Annig Raimondi, Corrado d’Elia, Massimo Navone. Collabora con il Teatro Giacosa di Ivrea diretto da Bosisio dove realizza diversi spettacoli. Con Mino Manni fonda nel 2011 l’Associazione i Demoni e il progetto Dostoevskij, da cui sei adattamenti teatrali tratti dall’opera del maestro russo, dal titolo Prospettiva Dostoevskij. Appassionato di opera lirica, si è occupato di diversi eventi e progetti. Dal 2017 cura le regie della stagione lirica del Teatro Verdi di Busseto, dove porta in scena giovani cantanti da tutto il mondo, con la direzione di Marco Angius.

Alberto Oliva è anche giornalista pubblicista. È ideatore del progetto Anime Nascoste con Il Giorno (spazi di cultura indipendente a Milano), realizzando due guide (2015-2016) sui luoghi di cultura nascosti a Milano, e Mostra Diffusa, progetto reso fruibile in rete. Dal 2016 si occupa di una rubrica sulle Botteghe Storiche di Milano e in collaborazione con il Comune di Milano, realizzando altre due guide (2017 e 2019) con cui porta sempre online le botteghe storiche più belle di Milano. Cura nel 2019 una mostra per il Comune di Milano sugli Antichi Mestieri.

Nel 2020 pubblica Il teatro ai tempi della peste. Modelli di rinascita, (Jaca Book), da poco nelle librerie. Nel libro Oliva espome la sua opinione di come valorizzare il passato come strumento per affrontare il presente.

Silvia Venier ha discusso con Alberto Oliva di regia teatrale, impegno nella cultura e valorizzazione del passato ai tempi del Covid19.

D) Alberto Oliva, chi è per lei un bravo regista teatrale?

Un agricoltore paziente e visionario, che coltiva le sue piante in un giardino fertile, vedendo in prospettiva come potranno crescere, mentre gli altri vedono solo un pezzo di terra brulla. La pazienza e la creatività sono le doti più importanti, perché ci vuole tempo per dare corpo e forma a un’idea, facendo in modo che possa avverarsi. L’idea fa la poetica, ma questo va ben oltre il singolo spettacolo, è un percorso continuo e in continua evoluzione. Inoltre, il bravo regista, è un intellettuale che studia tanto, osserva e ascolta di continuo. Fare il regista è una vocazione e una professione specifica, non un’appendice dell’essere attori, come purtroppo accade troppo spesso oggi.

D) Ha fondato diversi anni fa l’associazione i Demoni e il progetto Dostoevskij. Cosa ha rappresentato e rappresenta l’opera di Dostoevskij nella sua formazione professionale?

Dostoevskij rappresenta il Maestro che ho sempre cercato, il nume tutelare che mi insegna la vita. Non ha scritto nemmeno una parola per il teatro, ma è teatrale la sua opera in toto e ogni volta che torno a immergermi nelle sue pagine, imparo qualcosa su di me. Condivido questo amore per Dostoevskij con Mino Manni, con cui abbiamo deciso di intraprendere Prospettiva Dostoevskij, che conta oggi ben sei spettacoli tratti dai suoi romanzi, cui si aggiunge Notti Bianche, che è stata una delle mie prime regie, ormai 11 anni fa. Oggi va di moda un teatro in cui i testi si scrivono sulla scena o addirittura non si scrivono proprio. Questo ha allontanato i classici dal palcoscenico e dai gusti di certa intellighenzia influente nell’ambiente teatrale. Ma noi non demordiamo, convinti che la Bellezza e l’altezza di queste opere siano il veicolo più importante e forte per comunicare. Dice di Dostoevskij un suo biografo illuminato, Stefan Zweig: «La vita gli fa male perché lo ama e lui la ama perché essa lo afferra così duramente, poiché nella sofferenza lui, il sommo sapiente, riconosce la massima possibilità del sentimento. […] Tanto sapeva trasformare in bene ogni tribolazione, tanto cambiare in valori tutte le umiliazioni, che solo la sorte più dura si adeguava a lui, perché appunto nei pericoli esteriori della sua esistenza trovava le più profonde certezze interiori. I suoi tormenti si cambiano in guadagno; i suoi vizi accrescono le sue capacità; le sue stasi gli danno nuovo vigore». La capacità di innamorarsi del proprio destino, accettandone tutti i colpi e vivendo al massimo tutte le esperienze senza mai giudicare o essere giudicati nel bene o nel male: è questo uno dei principali obiettivi del nostro modo di intendere il teatro ed è il motivo principale che ci ha portato a scegliere Dostoevskij come guida e come fonte di ispirazione.

D) Come riesce a combinare i ruoli di registra teatrale (prosa e lirica), scrittore e giornalista?

Sono tutte facce della stessa luna, sono sguardi diversi sulla stessa realtà, prospettive diverse da cui guardarmi dentro ed esprimermi. Fare il giornalista è bellissimo per conoscere la realtà, avere accesso alle informazioni, poter parlare con persone che non si conoscono ottenendo da loro che si aprano, si raccontino, si confidino. È un materiale fondamentale da elaborare nel momento della creazione artistica. In questi anni ho potuto intervistare tantissime persone che mi hanno raccontato la loro vita, le loro sfide vinte e perse e da quegli articoli di giornali è nata una consapevolezza della vita che non avrei mai immaginato di avere. Il lavoro di regista richiede sempre la presenza degli altri, non si può fare da soli. E quindi ecco che subentra la scrittura, che invece è un modo di esprimersi di quando si vuole fare i conti con se stessi, senza nessuna mediazione. Il rapporto con lo schermo bianco del computer è un atto di grande intimità, esclusivo e meraviglioso, cui torno in particolari momenti della mia vita, quando ho voglia di isolarmi ed elaborare alcuni punti irrisolti della mia personalità. O anche quando ho voglia di elaborare i miei studi, riflettere e sistematizzare delle convinzioni che stanno maturando dentro di me.

D) Il teatro ai tempi della peste. Modelli di rinascita, (Jaca Book) è il suo ultimo libro da poco nelle librerie. Sinteticamente, alla luce degli eventi dell’ultimo anno, come si può valorizzare il passato come strumento per affrontare il presente?

Come si possa fare non lo so, ma so che è ciò che bisogna fare. Il passato contiene le ragioni per cui siamo quello che siamo e ha già elaborato situazioni di crisi e di tensione come quelle che ci sono capitate quest’anno. La cosa che mi ha maggiormente impressionato di quello che è accaduto con il Covid è la fragilità con cui le nostre convinzioni sono state spazzate via dalla paura. Vi ricordate Greta Thunberg e le adunate di piazza contro lo spreco della plastica? Ma vi rendete conto di quanta plastica stiamo sprecando e buttando nell’ambiente quest’anno per difenderci dal virus, calpestando tutto ciò che ci scaldava gli animi l’anno scorso? Siamo ipocriti, falsi con noi stessi, privi di valori veramente radicati. In balia della paura. Studiare come il mondo del teatro ha saputo e dovuto reagire alle epidemie nel passato mi ha fatto scoprire quanto siamo psicologicamente impreparati alla vita. Shakespeare è sopravvissuto a tre epidemie di peste bubbonica, quelle in cui quando ci si rivedeva si contavano i sopravvissuti, non ci si raccontava quante serie si erano viste su Netflix durante il lockdown! Eppure ha trovato la forza, il coraggio e l’ispirazione di diventare William Shakespeare. E noi, dopo la primavera del covid, ci sentiamo abbandonati, maltrattati, sfiduciati… Il grande salto che dobbiamo fare è superare la paura, nella quale siamo cresciuti e che viene costantemente alimentata nella comunicazione mainstream. Dal 2001 al 2020 siamo stati spaventati dal terrorismo, adesso siamo spaventati dal contagio. Ma così si vola basso, bassissimo. Guardare indietro potrebbe darci la grande forza di pensare che il mondo non è il luogo ideale per la vita dell’uomo, ma un posto meraviglioso in cui ogni giorno è un dono e non un diritto e in cui bisogna guardare avanti con le spalle larghe e lo sguardo lungimirante, sempre grati alla vita e capaci di fare tesoro di quello che il destino ci riserva. Perché è tutto questione di punto di vista.

Alberto Oliva

Silvia Venier

www.albertooliva.eu

www.ildogville.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.