CINEMA SOVIETICO MUTO. Dalla nazionalizzazione alle purghe di Stalin

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CINEMA SOVIETICO MUTO. Con la rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917, il vecchio impero zarista viene definitivamente cancellato. Nasce l’Unione Sovietica che instaura l’egemonia dei Soviet e una grande nazione comunista mossa dall’ideologia di Marx. Lenin a capo dell’Unione fino alla sua morte nel 1924, e Stalin dopo, colgono l’importanza del cinema come strumento di alfabetizzazione di un popolo che fino alla rivoluzione era ridotto all’arretratezza culturale, ma anche di propaganda che con Stalin andrà accentuandosi, soprattutto dopo i primi anni del 1930.

Il decreto di nazionalizzazione di Lenin che potenzia il cinema sovietico e in particolare la Scuola Statale di Mosca per un progetto di ampio e ben calcolato respiro culturale, indica infatti il cinema come <<la più importante delle arti>>. È datato 27 agosto 1919. Lenin decreta infatti: <<il passaggio dell’arte cinematografica nella mani del popolo vincitore, come arte di massa per esprimere idee rivoluzionarie d’avanguardia e per comunicare ai lavoratori strumenti di conoscenza e di cultura>>.

Cinema sovietico
Tra tutte la arti, per noi il cinema è la più importante

Lenin e Stalin: il Cinema Sovietico come arte non commerciale

Il cinema è il mezzo propagandistico più convincente, e lo schermo un pulpito dal quale scende, silenziosa ma efficace, la predicazione aristocratico-borghese dell’umiltà per i poveri e della violenza per i ricchi.” (Grigorij Ciperovic, 1912)

La rivoluzione di ottobre eredita un cinema tecnologicamente arretrato e non solo. L’industria cinematografica è in cattive condizioni. Molti registi emigrano. Jakov A. Protazanov (rientrerà nel 1923), Iosif N. Ermol′ev, Ivan I. Mozžuchin, Natal′ija A. Lisenko, Aleksandr Volkov, Vjačeslav Turžanskij e altri si trasferiscono in Francia, negli Stati Uniti e in Germania, in conflitto con la rivoluzione bolscevica.

Il programma di Lenin propone una revisione del vecchio cinema europeo e soprattutto vuole differenziarsi dal cinema americano inteso come mera operazione commerciale, anche se ne apprezza le nuove tecniche. Lenin mantiene la censura, ma vede nel cinema un’arte dove unificare esigenze ideologiche, didattiche, divulgative ed estetiche. Con Lenin si creano così i presupposti per far diventare il cinema un’arte a tutti gli effetti: “un’attività di ricerca, di laboratorio, esentata dalle preoccupazioni mercantili, finanziata da organismi statali, libera, all’interno di una omogeneità politica“.

Le riprese in esterni, i panorami, gli attori non più teatrali nella gestualità e nella recitazione e la nuova metodologia del montaggio <<all’americana>> o parallelo, come viene definita la progressiva alternanza di inquadrature legate a più segmenti narrativi, contraddistinguono lo sviluppo delle tecniche cinematografiche di questi anni.

Comunismo di guerra, NEP, cinema muto di Stalin

Fino al 1933, possiamo dividere il cinema russo in tre periodi differenti. Il primo periodo è il Comunismo di guerra (1918-1920), in cui la Russia è in guerra civile. I film sono pochi e economici. Il secondo periodo coincide con la NEP  la “Nuova Politica Economica” (1921-1924) voluta da Lenin. Il cinema si riprende come l’economia sovietica. L’ ultimo periodo (1925-1933) con Stalin è caratterizzato da crescita economica e  da forti esportazioni che si ripercuotono sulla produzione, distribuzione ed esercizio di tutta l’industria cinematografica.

La morte di Lenin (1924) e l’ascesa di Stalin non interferiscono con la vitalità della cinematografia russa, almeno fino al 1934 con il periodo delle Grandi purghe di Stalin. Grigorij Kozincev e Leonid Trauberg esprimono libertà e invenzione, con Pochozdenija Oktjabriny (Le avventure di Ottobrina, 1924), Miska protiv Judenica (1925, storia di circo e di rivoluzione), Cortovo koleso (La ruota del diavolo, 1926), le vicende di una banda di malviventi truci ed enfatici. Nel 1929 realizzano il loro capolavoro con Novyi Vavilon (La nuova Babilonia), sulla Comune di Parigi, (borghesia versus il proletariato sfruttato). Nei primi anni ’30 nasce invece il Realismo socialista propagandistico del socialismo con un maggior controllo ideologico anche sul cinema.

cinema sovietico

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L’effetto Kulesov e l’importanza del montaggio

I grandi registi del cinema dell’appena nata Unione Sovietica si ispirano al teorico Lev Kulešov (1899-1970). L’effetto Kulešov vuole mostrare la sensazione che un’inquadratura trasmette allo spettatore quando è influenzata dalle inquadrature precedenti e successive. Kulesov denomina geografia creativa questa narrativa visuale, un fenomeno di stimolo-risposta in quanto lo spettatore viene sollecitato a parteciparne attivamente. Il montaggio e non tanto l’espressività dell’inquadratura diventa essenziale nella nuova cinematografia russa e non solo.

Kulešov inizia la regia con alcuni cinegiornali durante gli anni della guerra civile. Dal 1920 dirige il prestigioso Istituto VGIK di Mosca. Regista dal 1918 al 1942 per diversi film, fra cui, ancora memorabile Le straordinarie avventure di Mr.West nel paese dei bolscevichi, una commedia del 1924 che sfida gli stereotipi americani sull’Unione Sovietica, che si stanno dilagando nel mondo.

Il capitalismo tende a livellare la cultura, mentre il socialismo la vuole espandere. Le conquiste economiche, sociali, politiche, giungono prima di quelle culturali. Lenin conosce bene questo problema, infatti, nel suo discorso del 1921, afferma: <<Non si possono risolvere i problemi culturali con la stessa rapidità di quelli politici e militari…In un periodo di crisi acuta, è possibile riportare una vittoria politica nel giro di poche settimane, non altrettanto per una vittoria culturale>>.

Va riconosciuto che nessun altro cinema al mondo, in un periodo così oscuro, ha avuto tanti operatori coraggiosi: realismo nelle immagini e nella concezione dei film e dei documentari, passione civile nella propaganda per la resistenza e la vittoria.

Cinema Sovietico muto: i grandi registi

Sono diversi i registi/ artisti di questo periodo molto prolifero per la cinematografia russa fino all’avvento del sonoro e alle purghe: Sergej Michajlovič Ėjzenštejn,  Dziga Vertov, Vsevolod Pudovkin, Aleksandr Petrovič Dovženko, tutti personaggi dell’avanguardia russa.

Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Ejzenstein (1848-1948), regista, sceneggiatore, montatore, scrittore, produttore cinematografico e scenografo, è stato fra i più influenti nella Storia del Cinema per i suoi lavori  rivoluzionari, per l’uso innovativo del montaggio e per la composizione formale dell’immagine.

Ejzenstein

Nel 1923 Ejzenstein gira il cortometraggio di cinque minuti Dnevnik Glumova (Il diario di Glumov), primo film di Ejzenstein per la produzione teatrale Wiseman, un adattamento gratuito dell’opera teatrale russa del Diciannovesimo secolo di Alexander Ostrovskiy << Basta stupidità in ogni saggio>>. Il film viene proiettato durante la rappresentazione teatrale.

Il primo lungometraggio di Ejzenstein è Sciopero (1924) dove il regista espone alcuni meccanismi narrativi d’avanguardia: gli operai falcidiati da parte della polizia e il fatto, accostato per analogia, di un bue squartato al mattatoio.

Il regista sperimenta e dimostra tutte le sue teorie con il capolavoro La corazzata Potemkin (Brononesec Potemkin, 1925), soprattutto nella famosa scena della scalinata di Odessa, con l’arrivo improvviso dei soldati che sparano sulla folla, di straordinaria e terribile violenza.

Girato quasi interamente a Leningrado da Ejzenstein nel 1928, il film Ottobre (I dieci giorni che sconvolsero il mondo) viene commissionato con mezzi larghissimi e totale autonomia dal Governo Sovietico per la Commemorazione del Decimo Anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. In b/n della durata di 102 minuti, protagonista assoluta dell’opera è la massa di operai, soldati e cittadini, chiamati a interpretare se stessi nelle giornate vissute in prima persona. Nel 1929 Ottobre è stato indicato tra i migliori film stranieri dell’anno dal National Board of Review of Motion Pictures.

cinema sovietico

Ejzenstein dirige nel 1929, ancora muto, in b/n, La linea generale, conosciuto anche con il titolo Il vecchio e il nuovo. Il film è ambientato in un villaggio russo dove miseria, ignoranza e le richieste vessatorie dei Kulaki rendono la situazione drammatica. Fra gli abitanti, una povera contadina che progetta di migliorare lo stato delle cose, si mette a capo di una cooperativa. Il film viene accusato di non tenere conto della realtà e Stalin muta il titolo in Il vecchio e il nuovo e pretende che nella scena finale gli operai e i contadini procedano verso il socialismo.

La linea generale: una scena

Nel 1933 Ejzenstein gira in Messico con finanziamenti americani il film Lampi sul Messico (Thunder over Mexico). Ambientato ai primi del Novecento, è la storia di un uomo che lavora in una fattoria dove il padrone usa metodi schiavistici e giunge anche a violentare la fidanzata del protagonista. Questi si ribella, fugge ma verrà catturato e sepolto  nella terra fino alla cintura per essere poi calpestato dai cavalli.

Dziga Vertov

David Abelevic Kaufman (1896-1954), noto con lo pseudonimo di Dziga Vertov (trottola, in lingua ucraina), nasce a Bjelostok, nell’allora Polonia russa, da una famiglia medio-borghese di origini ebraiche. Vertov si trasferisce a Mosca, poi a San Pietroburgo all’inizio della prima guerra mondiale.

Vertov

Da Regista di Stato diventa Regista d’Avanguardia con Kinopravda (1919). Vertov  realizza in questo periodo 23 piccoli documentari di 20 minuti, ciascuno dei quali tratta tre diversi argomenti. Al termine della Rivoluzione Russa, Vertov è a Mosca e lavora per La settimana cinematografica, un cinegiornale dai forti contenuti propagandistici. Il primo cortometraggio di Vertov è L’anniversario della Rivoluzione (1919).

Per conto dell’Ente Statale per il Commercio, Vertov gira nel 1926 il film La sesta parte del mondo, che mette in risalto la macchina produttiva russa. Vertov rifiuta le storie di finzione, fumo che il potere borghese getta negli occhi del popolo. Vuole documentare la sola realtà anche dove l’occhio umano non può arrivare. <<Solo mostrando cose reali – afferma – si può costruire una società migliore>>.

Realizza un film manifesto nel 1924 Kinoglaz (il cineocchio), illustrante la sua teoria e le innovazioni tecnico-stilistiche, ottimamente espresse nella sua opera più famosa, L’uomo con la macchina da presa (1929). In questo film non vengono utilizzate didascalie, fondamentali nell’epoca del muto, e la macchina da presa da oggetto di osservazione diviene invece il soggetto.

Nel film viene raccontata la giornata dall’alba al tramonto di un cineoperatore che riprende scene di vita quotidiana per le strade di Mosca, con inquadrature sopra, sotto e a fianco di treni in corsa. Il film, della durata di 68 minuti, inizia con l’immagine di una sala cinematografica che da vuota si riempie in un attimo. La stessa sala si rivede in chiusura del film, dopo una sequenza nella quale la macchina da presa comincia a muoversi da sola sul treppiedi, senza operatore, e prima di vedere la facciata del Teatro Bolshoi frantumarsi grazie ad un effetto ottico.

Oggi quest’opera è ritenuta come un caposaldo della cinematografia mondiale, per le capacità tecniche-artistiche di Vertov e di suo fratello Mikhail Kaufman, operatore, nonché protagonista del film, ma soprattutto per l’originalità del soggetto.

Vsevolod Pudovkin

Pudovkin teorizza lo specifico filmico, cioè l’elemento peculiare dell’arte cinematografica, che è il montaggio.

Inoltre Pudovkin scopre come il senso di un’azione si racconta spesso meglio costruendola in fase di montaggio piuttosto che filmandola semplicemente. Anche gli errori di raccordo nel montaggio con Pudovkin acquistano dignità e valenza sovversiva. Una persona che esce dall’inquadratura a destra e in quella successiva invece di rientrare da sinistra lo fa dallo stesso lato, può produrre un effetto originale.

Pudovkin

La madre Città futura è un film del 1926 diretto da Pudovkin, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Maksim Gor’kij. Girato per celebrare il Ventennale della Rivoluzione del 1905, La madre costituisce il primo episodio di una trilogia rivoluzionaria, comprendente anche La Fine di San Pietroburgo e Tempeste sull’Asia. Protagonista è una madre che perde i suoi cari continuando a combattere fino alla morte per sostenere la rivoluzione a costo di ogni sacrificio. Nel film un fiume in piena simboleggia la collera rivoluzionaria.

La madre: una scena

Aleksandr Petrovic Dovzenko

Dovzenko (1894-1956) crea per il cinema sovietico veri poemi sul lavoro umano e sulla lotta verso la libertà sempre grazie al montaggio. Ha come modello gli autori classici quali Omero e Esiodo. La sua opera migliore La terra (1930) è un’epopea cinematografica sulla vita dei contadini di un paese, dove ogni novità (come l’arrivo di un trattore) è un evento. Il regista resta nei luoghi scelti per mesi e anni cogliendo la continuità della vita nei cambiamenti del mondo, ma anche la variazione della vita nella continuità del mondo.

Cinema sovietico
Dovzenko

Zvenigora è un film del 1927 di genere drammatico, fantastico, storico, diretto da Dovzenko . Protagonista è la vecchia montagna ucraina Zvenigora, un vero luogo stregato, intorno al quale si sviluppano le vicende di una famiglia spaccata al suo interno tra il nonno reazionario e i giovani figli e nipoti rivoluzionari. Nel 1929 Dovzenko scrive e dirige Arsenale, per commemorare l’insurrezione degli operai dell’arsenale di Kiev verso il Governo Nazionalista ucraino nel 1918. Dovzenko illustra la ciclicità di vita e morte. La natura è qui intesa come divenire storico e non come pura contemplazione. Comunista convinto, è insignito nel 1935 dell’Ordine di Lenin e nel 1955 dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro.

Esfir Shub e Sergej I. Jutkevic

Regista e montatrice, tra le poche donne di spicco nel cinema sovietico, Esfir Shub (1894-1959) è pioniera del documentario del montaggio basato su materiale d’archivio, come il celebre La caduta della dinastia dei Romanov (1927). E’ un lungometraggio notevole, fatto essenzialmente di montaggio, realizzato per il Decimo Anniversario della Rivoluzione Russa. Vi si vedono la Russia zarista, la guerra, i fatti del febbraio e dell’ottobre 1917. Con lo stesso materiale sono stati realizzati molti altri film di montaggio, prima e dopo, ma questo lavoro della Shub risulta esemplare.

Una densa filmografia che inizia con un cortometraggio datato 1925 dal titolo Daes’radio!  sino a Lenin Parize del 1981 è opera del regista e sceneggiatore sovietico Sergej I. Jutkevic (1904-1985). Tra i suoi primi film Kruzeva (1928), Cernyj parus (1929), Zlatye gory (1931), spicca nella stilizzazione e in un realismo da non confondere con la mimesi del reale.

Di Lucilla Continenza e Judith Maffeis Sala

www.ildogville.it

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