MARIO BIONDINO. Il Teatro è uno spazio dell’anima “civile”

Reading Time: 4 minutes

MARIO BIONDINO artista teatrale, classe 1989, è molto seguito e apprezzato dal pubblico che ama il teatro. Ha iniziato fin da giovanissimo come attore, per poi occuparsi anche di drammaturgia e regia. È dottore magistrale con lode, discutendo una tesi sui rapporti ipotizzabili fra la concezione artistica postmoderna ed il teatro barocco più estremo. Vive e lavora a Roma dove a breve metterà in scena quello che definisce il suo lavoro teatrale più ambizioso: Relitto di cittadinanza. Si tratta di una black comedy, sul palco del Teatro Antigone, dal 27 al 29 marzo.

Silvia Venier ha discusso con Mario Biondino di recitazione e teatro.

Mario Biondino
Mario Biondino

D) La recitazione per Mario Biondino

R) La recitazione in sé non è che una tecnica. Anzi, la somma di molte tecniche, le “armi” che l’attore (e non solo) ha per meglio veicolare una sensazione o un contenuto. La maggiore o minore conoscenza e padronanza di queste tecniche definisce l’attore vero, il professionista e per questo le possibilità di imparare sono pressoché infinite; basta avere l’umiltà di non considerarsi “arrivati” una volta per sempre ma curiosi e disposti a rimettersi in gioco.

Se vogliamo invece prendere “recitazione” come un sinonimo generale di “teatro”, beh, cos’è per me il teatro è una domanda molto più grande … e a cui non è facile rispondere. Per lo spettatore il teatro è un luogo, come l’ufficio anagrafico o il discount. Per chi ha fatto di questo luogo la professione, è più probabile invece che semplicemente un luogo non l’abbia mai considerato. Il teatro è un lavoro; anzi, la Costituzione Italiana lo definisce magnificamente come una fra quelle attività o funzioni che concorrono al progresso spirituale della società (art. IV). Possiamo discutere quanto si vuole sull’applicabilità del concetto di “progresso” all’attività artistica ma rimane il fatto che è l’elemento “spirituale” a fare la differenza in attività come il Teatro.

Il Teatro è uno spazio dell’anima, in cui l’egocentrismo personale si eleva talmente, ed attraverso lo studio si purifica, da divenire servitore (e non servo) del pubblico. Il Teatro dell’atto divino riprende la prerogativa della creazione. E chi darebbe a Dio, del servo?

D) C’è quindi una funzione sociale nel teatro?

R) Sarebbe bello poter rispondere di no, come si faceva fino a trenta, quaranta anni fa. All’epoca avranno avuto ragione i grandi che proclamavano la fine della dittatura borghese nel Teatro. Sono dell’opinione che adesso si debba ripartire da quel modo di fare teatro dalle forme non naturalistiche, sperimentali ma per tornare alla realtà, all’uomo. Sono convinto che l’imbarbarimento che ci attanaglia da tutte le parti sia frutto dello scollamento fra Società ed arti. C’è davvero chi crede che basti la televisione e né il teatro o il cinema o la letteratura servano veramente.

Il Teatro per me concorre, come le altre arti, a definire la realtà (in sé, appunto, indefinita) nella molteplicità delle sue possibilità e sfumature: aiuta nella comprensione di ciò che ci è infinitamente lontano ed infinitamente vicino. Se siamo diventati intolleranti, isterici e se gli affetti si sono fatti così “liquidi” (per citare Bauman) è colpa solo nostra. Speriamo di essere ancora in tempo a riscoprirci esseri umani.

D) Quale è il metodo recitativo che ritiene più efficace e cosa non la soddisfa (come afferma nella sua biografia) in quello “psicologico-naturalista”?

R) Per come la vedo io, i limiti di una recitazione puramente psicologica e naturalistica sono una maggiore difficoltà nell’espressione di un sentimento o di un concetto non semplicistici. Non si deve guardare con indifferenza chi ha fatto dello spirito naturalista il cardine della propria recitazione (che poi a saperlo fare sul serio sono davvero in pochi) ma ritengo che nel pubblico, col tempo, lo stupore per l’espressione artistica sia venuta sostituendosi con lo stupore per il “quanto sembra vero”. Non voglio per forza ritrovare me stesso sul palco. A che pro? Per assolvermi? Per consolarmi? Mi consolo nella mia stanza dopo aver enumerato tutte le mie deficienze. Voglio andare a teatro a sorprendermi, a vivere un dolore o una gioia che è anche universale e non soltanto perché mi va stretta la vita che mi sono creato.

L’introduzione di elementi non naturalistici nella recitazione e nella regia, soprattutto di un testo che si supporrebbe realistico, riesce a scatenarne e scoprirne le parti più contraddittorie ed alle volte più esilaranti. È il caso di “Relitto di cittadinanza”, lo spettacolo scritto a quattro mani con Marco Giannini che esordirà a fine marzo 2020: il me regista sta distaccandosi dal me autore (che aveva cercato di mantenere la narrazione su di un filo a metà fra la commedia all’italiana e la situation comedy – è la storia di quattro amici che ottenuto il Reddito di Cittadinanza, alla scoperta che la cifra è assai minore di quanto promesso, fanno una brutta fine) allo scopo, appunto, di amplificare la gamma dei significati del testo, scoprendo accanto a quelli più “immediati” dell’attualità, altri dal respiro più universale, ovvero legato all’istinto sociale (di derivazione tribale) insito nella natura umana.

D)  Ha “solo” 31 anni, ma è già un artista affermato. Perché a suo parere il pubblico segue  e ama Mario Biondino ?

Credo di essere onesto col mio pubblico. Mi sforzo di esserlo, come autore e come attore.

La chiave della comicità mi permette di avvicinare anche una fetta di pubblico che delle mie elucubrazioni se ne sbatte legittimamente, ma esse sono lì, sotto gli occhi e nelle orecchie della platea spettatrice. Chi mi assiste è libero, non costretto a coglierle. Non mi piace dare lezioni e spero di continuare ad avere, come ad oggi, rapporti professionali ed umani capaci di ispirarmi e da cui imparare. Ho detto che credo di essere onesto col mio pubblico e forse, il mio, è un pubblico onesto. Direi anche coraggioso. Vorrei potergli dare ancora di più ma purtroppo il coraggio è spesso una dote rara tra gli “addetti ai lavori” e più che ai colleghi mi riferisco alle produzioni, alle amministrazioni dei teatri, spaventati da ciò che è nuovo o che imporrebbe un rinnovamento: chiedere un atto di coraggio a molti di costoro è come chiedere di rinunciare alle sanguisughe ad un medico del Seicento.

Silvia Venier

Mario Biondino

www.mariobiondino.it

www.ildogville.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.