Loach: SORRY WE MISSED YOU. Fermiamoci prima che sia troppo tardi

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È in questi giorni nelle sale italiane l’ultima imperdibile opera di Ken Loach, SORRY WE MISSED YOU. Come tutte le altre non delude, anzi si supera nel fotografare con assoluto realismo, uno spaccato della società di oggi. Non sono tantissime le sale in cui il fim è proiettato (solo 75), ma in questi giorni, per chi vive a Milano, è possibile vedere il lungometraggio anche al cinema Rondinella di Sesto San Giovanni. È un cinema sempre attento alla qualità delle proiezioni, più che al “mainstream”.

Loach, 82 anni, due volte Palma d’oro (con Il vento che accarezza l’erba, 2006 e Io, Daniel Blake, 2017) è sempre stato acuto osservatore della gente comune della sua patria (l’Inghilterra). L’occhio sempre attento del grande regista ci mostra la storia di una famiglia che potrebbe comunque vivere in Italia o in un altro Stato, a caso, del mondo occidentale.

Sorry we missed you ricorda Ladri di biclette, capolavoro del neorealismo italiano di De Sica, nella sua spietata e al contempo tenera fotografia. La variante è però che non viviamo più in un’epoca post guerra mondiale, ma in quel post-postmodernismo che dopo la grande crisi del 2008 mostra il fallimento della democrazia capitalista. È un film che partendo dalla storia di una famiglia denuncia una situazione che poco alla volta, come un tarlo affamato e insidioso, rischia di riportarci allo stato di natura.

Loach
Sorry we missed you: una scena

Sorry we missed you. La forte denuncia di Loach

Loach ha sempre amato denunciare quelle che sono le condizioni reali del mondo del lavoro, attraverso la testimonianza e non la generalizzazione, come farebbe un bravo antropologo. Il regista inglese, che di acqua sotto i ponti ne ha vista passare, ha analizzato in molte delle sue opere i cambiamenti del lavoro, che poi è quello che va a condizionare i rapporti tra diritti contrattuali (sindacato) e le aziende, ma anche i rapporti tra le persone, le aspirazioni e i sogni dei più giovani.

Nel 2000, il regista aveva a questo proposito spostato lo sguardo anche in USA con Bread and Roses. Oggi, torna a parlare di lavoro a Newcastle e ci mostra come il lavoro se un tempo era minimamente contrattualizzato, ora è diventato un bene di lusso precario, costoso per lo stesso lavoratore e molto pericoloso sia per la salute dei rapporti famigliari che per la stessa vita di chi lo svolge.

Loach
Ken Loach sul set

Il film nasce dalla ricerca che il regista ha fatto, con lo sceneggiatore Paul Laverty, tra la gente comune, informandosi sui diversi tipi di contrattazioni. Entrambi sono giunti alla conclusione che anche nella grande e ambita terra di immigrazione come l’Inghilterra regna sovrana la cosiddetta gig economy (modello economico basato sul lavoro accessorio). Come lo stesso Loach afferma in un’intervista a proposito di Sorry we meissed you:Di nuovo c’è la tecnologia, ma lo sfruttamento è vecchio come il mondo”.

Trama

Sorry we missed you è la storia di Ricky e la sua famiglia che cercano alla meno peggio di sopravvivere dignitosamente dopo il grande e scellerato crack del 2008. Ricky, responsabile e attento marito e padre di famiglia, vede nell’apertura di un franchising come corriere per una azienda di trasporti, la possibilità di poter migliorare la situazione economica della sua famiglia. La moglie, che fa la badante, lo appoggia in questa iniziativa vendendo la sua preziosa macchina, per l’anticipo dell’acquisto del furgone.

Sorry we missed you: una scena

Oltre al danno pure l’ennesima beffa del Sistema che fa credere all’autonomia, ma che attraverso un sofisticato dispositivo controlla ogni secondo della giornata lavorativa che per 6 giorni alla settimana, dura circa 14 ore. Il protagonista ha due figli, una ragazzina non ancora adolescente, che si assume responsabilità da adulta e un adolescente problematico, che non vede nella scuola una possibilità di emancipazione sociale.

Loach
Sorry we missed you: una scena

Loach e la schiavitù mai abolita, anzi culturalmente tollerata

Loach descrive quindi il mondo di una famiglia normale. Il protagonista è un rider che rischia la vita per consegnare pacchi nei tempi concorrenziali dettati dal libero mercato. È schiavizzato da un “Kapò” a cui non può fare la morale visto che per sostenere la sua azienda, l’unica possibilità è appunto quella di essere concorrenziale, con cinismo purtroppo culturale.

Nel film la denuncia verso un lavoro che culturalmente nobilita, ma ti fa rischiare la vita è forte e devastante. Come lo stesso Loach afferma:”È la semplice evoluzione di una società in cui l’economia si basa sul mercato e quindi sul profitto“. Al profitto non interessa la qualità della vita di chi produce, il profitto non sa chi sei. Quello che non si è più in grado di fare oggi, lo può fare benissimo un altro domani.

Sorry we missed you: una scena

No, non è un Sistema sostenibile

La domanda che si pone Loach è se questo è un sistema sostenibile per un uomo. Si chiama lavoro, ma è una forma di schiavitù legalizzata e moderna, quella stessa schiavitù da cui proprio non ci si riesce a liberare. Loach ce lo mostra fino al finale.

Vista l’importanza del tema, la bravura e la capacità di immedesimazione degli attori passano in secondo piano, ma vanno ricordate. Kris Hitchen (Ricky), Debby Honeywood (la dolce, paziente e sensibile moglie di Ricky), Rhys Stone (adolescente comprensibilmente irrequieto e senza prospettive), la deliziosa Katie Proctor (una bambina a cui viene negata la spensieratezza della sua età) sono di un realismo disarmante e commovente, fino alle lacrime.

Sorry we missed you: una scena

Le logiche del mercato, degenerato, non vanno solo a colpire i consumi, ma impoveriscono tutti, nessuno escluso. Riportano allo stato dove il più forte sbrana il più debole per semplice istinto di sopravvivenza.

Loach vuol fare riflettere e attraverso la sua lucidissima fotografia ci dice fermiamoci prima che sia troppo tardi.

Di Lucilla Continenza

Orari e informazioni: http://www.cinemarondinella.it

www.ildogville.it

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