The Irishman
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THE IRISHMAN. Scorsese conclude la tetralogia sulla malavita, mettendo la parola fine a un’era. Lo fa con i migliori mezzi a sua disposizione, economici, produttivi, attoriali e ovviamente registici. Lo fa soprattutto “con i suoi amici”, come lui stesso ha dichiarato. Parliamo di “mostri sacri” quali Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci. Il regista americano continuerà certo a deliziarci col suo Cinema, ma The Irishman chiude un cerchio.

Preceduto da Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi e Casinò, l’ultimo capolavoro di Scorsese segna la fine della meravigliosa epoca dei gangster movies. Solo Scorsese poteva farlo così bene, tracciando infatti per tutte le quasi tre ore e mezza di film, un confine molto sottile: fra realtà e finzione, fra semplice adattamento di un libro e vera e propria biografia, sua, dei suoi attori/amici e del suo Cinema.

The Irishman: la parabola di un veterano della Seconda Guerra Mondiale

La trama è quasi superflua, ma è giusto parlarne. Tratto dal libro I heard you paint houses di Charles Brandt, The Irishman racconta la storia vera di un veterano della Seconda Guerra Mondiale: Frank Sheeran/De Niro. Da “picciotto” e sicario di un boss della mafia Italo-americana di Philadelphia (Joe Pesci), diventa il braccio destro del famigerato sindacalista Jimmy Hoffa (Pacino). Nel film viene percorsa una fetta di Storia Americana che va dal dopoguerra alla Baia dei Porci all’assassinio di Kennedy, fino alla scomparsa dello stesso Hoffa, avvenuta per mano di un complotto ai suoi danni che vide lo stesso Frank Sheeran protagonista.

Fino a qua nulla di strano, no? Un gangster movie alla Scorsese, con la classica scalata all’interno della malavita, esecuzioni, tradimenti, giochi di potere, ecc… E invece no: tutto, all’interno di The Irishman, sa di tramonto, di crepuscolo, di morte. Non c’è più quell’energia di Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi, Casinò, in cui si ammazzava brutalmente, per divertimento, con sadismo. Si pensava solo ai soldi e al potere. Si picchiava durissimo fra una bevuta e una risata, senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni. In The Irishman quest’energia non c’è più per un motivo semplicissimo: il Tempo che passa.

Scorsese e il trascorrere del tempo

Il tempo passa per Scorsese, per i suoi attori e di conseguenza per i suoi personaggi. Nei primi tre film di questa tetralogia quell’energia, quell’esuberanza, quella strafottenza nei confronti della violenza e della morte erano dati dal fatto che non solo i personaggi, ma anche chi li interpretava e chi li dirigeva, avevano ancora almeno metà della loro vita davanti. Nessuno di loro probabilmente pensava al tempo che passava, alla Morte, alla vecchiaia.

The Irishman
De Niro, Scorsese, Pacino

Adesso invece siamo nel 2019. La produzione del film ha richiesto praticamente dieci anni (non ringrazieremo mai abbastanza il Deus ex machina Netflix) e Scorsese, De Niro, Pesci, Pacino, senza dimenticare Harvey Keitel , sono tutti quasi ottantenni. Il risultato di tutto questo è un vero e proprio testamento, da parte di questa squadra di meravigliosi nomi, di un’era del Cinema ma anche della propria vita, della propria carriera, della propria amicizia. È come vedere i personaggi che abbiamo imparato ad amare e citare, riuniti in un ultimo grande sforzo per raccontarci quel mondo con occhi più maturi, adulti e consapevoli, ma anche stanchi.

Recensione: The Irishman e lo spettatore in un viaggio tra storia e introspezione

Come l’ultimo film di Tarantino, anche The Irishman si prende i suoi tempi, ci trascina con sé in un pezzo di Storia, in un percorso personale, emotivo, introspettivo che fa dello spettatore un sognatore catapultato nel sogno di qualcun altro. Come in ogni sogno che si rispetti ci sono elementi nuovi ed elementi che la nostra mente conosce, ricorda, sa associare a cose a noi note. Ed ecco che con Keitel torniamo a Mean Streets, con i dialoghi fra Pesci e De Niro torniamo a Quei Bravi Ragazzi e Casinò, e con Pacino, da solo nel patio di una casa in riva a un lago, torniamo a Il Padrino e ai tormenti interiori di Michael Corleone.

The Irishman

La violenza del tempo e la morte che avanza

La maturità artistica ed umana raggiunta da Scorsese e dai suoi attori fa sì che tutto sia grigio, stanco, anche la violenza, perché niente è più violento del tempo che passa e della morte che avanza. De Niro non picchia più così duro, e quando spara lo fa freddamente, automaticamente, come un soldato in Guerra che semplicemente esegue gli ordini pensando solo a tornare a casa. La critica alla condizione dei soldati in Guerra è sottile ma aleggia per tutto il film. Pesci e Keitel non sono sanguinari, non sono vendicativi. Quando lo diventano lo sono per onore, per le regole, perché “It is what it is”, questa è la loro vita, quella che hanno scelto o dalla quale sono stati scelti, e niente di più. Così come “è quella che è” la vita che ha scelto Jimmy Hoffa/Pacino, che va incontro alla sua morte con dignità, inesorabilmente.

La parola chiave diventa inesorabile: come il Tempo, come la Morte, come gli epitaffi che vediamo per tutto il film. Sono date e circostanze di morte dei personaggi realmente esistiti che incontriamo. La morte non la vediamo poi così tanto, ma la percepiamo continuamente, e quando la vediamo sappiamo che non è di quella che ci vuole parlare Scorsese, non più. Il regista ci vuole parlare della vecchiaia, della solitudine, della perdita dei nostri amici più cari, dei nostri familiari. Ci vuole parlare della religione, della Fede e della speranza che qualcosa, dopo, ci sia veramente.

La speranza

Nell’ultima mezz’ora vediamo, attraverso gli occhi di De Niro/Sheeran, il riflesso di chi sta dietro la macchina da presa. La voglia di una bara e di un loculo rispetto alla cremazione o allo stare sottoterra, come la richiesta finale al prete di lasciare la porta un po’ aperta, nella meravigliosa ultima scena, non sono che la speranza che non sia tutto così definitivo. Dopo avere perso gli amici, dopo avere perso la moglie, l’amore di una figlia, dopo avere perso la capacità di reggersi in piedi sulle proprie gambe, e soprattutto l’ essere ricordato, la speranza, nonostante tutto, non muore.

Anche Sheeran mostra dignità e spiega che non è pentito. Non si sente in colpa perché “It is what it is”, quella è stata la sua vita ed è l’unica vita che conosce e che può raccontare. Non a caso tutto il film è ambientato nel passato, immutabile e per questo solo accettabile. Per questo, Sheeran continua a non parlare, a non tradire, a non tradirsi, perché è quello che ha imparato, che gli hanno insegnato.

The Irishman e la recitazione superlativa di “tre mostri sacri

Sulla filosofia e l’essenza di questo film ho scritto tanto, ma non posso non parlare della parte tecnica: i tre protagonisti sono meravigliosi, in uno stato di grazia che non si vedeva da anni. Pesci è commovente, De Niro granitico e Al Pacino travolgente. Uso solo un aggettivo a testa perché non ho parole per descrivere quello che questi tre mostri sacri riescono a tirar fuori davanti alla macchina da presa. Tutti e tre fanno un meraviglioso lavoro sul proprio corpo e sui loro visi.

Il ringiovanimento digitale tanto chiacchierato non toglie NIENTE alle interpretazioni, lavoro riuscitissimo, nel tratteggiare il loro progressivo invecchiamento, la loro stanchezza, la loro rassegnazione. Gli occhi di De Niro che più volte vediamo fissare il vuoto meriterebbero da soli un Oscar. Quando ci sono loro in scena, ai quali aggiungerei un sempre bravissimo Keitel, lo spettatore è come ipnotizzato. Questo Scorsese lo sa bene tanto da fare spesso stacchi molto veloci fra un controcampo e l’altro, come se non sapesse scegliere neanche lui a chi dare più spazio.

The Irishman: considerazioni

De Niro e Pacino chiudono nel migliore dei modi la loro personale tetralogia. Ne Il Padrino non condividono mai il set. in Heat soltanto durante la meravigliosa scena del ristorante. Qui finalmente li abbiamo quasi sempre insieme, a torreggiare davanti a tutti gli altri guidati da una mano sapiente come Scorsese che permette a entrambi di dare il massimo.

The Irishman. Pacino e De Niro

Il loro abbraccio finale sui sedili posteriori dell’auto è anche l’abbraccio di due amici consapevoli di stare per chiudere un’Era e consapevoli del fatto che due come loro non esisteranno mai più. Brividi!

Scorsese è, a mio parere, con Tarantino, il migliore regista vivente . Questo 2019 ci ha regalato anche con The Irishman (come con Once upon a time in Hollywood), un prodotto molto personale, introspettivo, intimo, quasi privato. The Irishman potrebbe sembrare ad alcuni lento, noioso, autoreferenziale, ma per il quale io ho solo una parola: GRAZIE.

Di Claudio Pellerito

www.ildogville.it

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