L'anima di Sezuan
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L’anima buona di Sezuan è in scena fino al 10 novembre 2019, al Teatro Quirino di Roma. Tratto dal famoso testo di Bertolt Brecht, lo spettacolo è diretto e, tra gli altri, interpretato da Monica Guerritore, affiancata da un nutrito e valido cast artistico.

Siamo in Cina, nella capitale della provincia cinese del Sezuan. In una messinscena caratterizzata da semplicità, leggerezza e immediatezza, si articola la favola. Il drammaturgo tedesco la scrive tra il 1938 e il 1940. Protagonista è una donna di piacere Shen Te, che vedrà ricompensata la propria predisposizione per gli altri da tre Dei, da lei amorevolmente ospitati. Questi ultimi stavano proprio cercando qualcuno che tendesse loro la mano che trovano proprio nella generosità della prostituta.

Il compenso per il gesto è mille dollari d’argento. Per Shen Te è la possibilità di vivere onestamente in Cina aprendo una tabaccheria. La donna deve però promettere agli Dei che in cambio del compenso dovrà continuare a praticare la bontà. Ma la vita dà spesso poco spazio alla bontà. La protagonista si troverà infatti circondata da un manipolo di vecchi e nuovi amici, pretendenti spiantati desiderosi di beneficiare, in cambio di un amore millantato, di beni materiali e approfittatori di ogni genere.

Comincerà così un tourbillon di eventi, intrecci, sottotrame, tattiche. Ciascuno tenterà infatti di trarre i maggiori vantaggi per sé, dimenticando, nella migliore delle ipotesi, agognandolo nella peggiore, che spesso, senza una reale attenzione, al raggiungimento del proprio bene corrisponde un effettivo male altrui.

A questo trionfo di retropensieri, ipocrisie, lotte all’ultimo sangue tutti contro tutti, la delicata Shen Te parteciperà attivamente dando vita ad un alter ego maschile. Si travestirà infatti da un danaroso e rigoroso cugino “Shui Ta”, che potrà far quello che la donna non riesce ad eseguire nelle sue vesti conosciute e ossia battagliare senza pietismi e dannosi slanci di empatia.

Tralasciando il resto della trama di cui si può venire a conoscenza assistendo allo spettacolo, preme rimarcare la generosità che contraddistingue tutto l’allestimento in ogni singolo aspetto.

La scenografia si presenta infatti senza troppi fronzoli e disegna un ambiente povero di materialità. Le luci, il cui disegno è curato da un magistrale Pietro Sperduti, a volte delineano le maschere tragiche degli attori e a volte li oscurano. Si crea così un perenne e riuscito contrasto tra la luminosità, che nasce quando si condivide, e il buio che contraddistingue i più beceri egoismi.

Anche la recitazione di tutto il cast è improntata ad una necessità reale di restituzione di un racconto da seguire attentamente dall’inizio alla fine. Non viene perso alcun passaggio di una vicenda in cui gli incastri drammaturgici rappresentato un elemento fondante.

La Guerritore, come sempre, fa ancora centro. Non delude chi, dopo aver letto le sue note di regia, (nelle quali dichiara come il testo in oggetto risponda a una missione politica e civile), si aspetta che l’attrice continui il suo mestiere con impegno sociale. Lo spettacolo, come dichiarato anche prima dell’inizio delle “danze”, è un omaggio all’eterno Giorgio Strehler ed è ispirato all’edizione che il Regista diresse nel lontano, ma comunque ancora vicino 1981.

Recensione di Giuseppe Menzo

www.teatroquirino.it

www.ildogville.it

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